Alpi Eagles

La nascita delle Alpi Eagles: Pitts Special S-2A

   L’incontro conviviale con alcuni piloti delle Alpi Eagles, Vincenzo Soddu ed Angelo Boscolo, assieme a Giuliano Basso, è stato l’occasione per rimembrare avvenimenti di un periodo colmo di soddisfazioni e di voli indelebili. Lo abbiamo rimarcato anche nella prefazione alla serie di capitoli dedicata al Team, che ne ha introdotto il tema di questi scritti.

   Partiamo, dunque, da dove tutto ebbe inizio, da come l’idea di una pattuglia civile venne pensata e realizzata.

 1 agosto 1976, Air Base Greenham-Common (UK), manifestazione aerea Intenational Air Tattoo ’76.

   Le Frecce Tricolori si presentano al pubblico con una formazione di 9+1 Fiat G-91PAN. Prima sezione: Gallus, Soddu, Carrer, Liva, Ruggiero; seconda sezione: Montanari, Petri, Valori, Gaddoni; Purpura solista (Boscolo prossimo a Pony 10).  

Una kermesse di alto livello, con ben quattro pattuglie acrobatiche straniere e le Red Arrows nel ruolo di padroni di casa. Tra i protagonisti anche un piccolo Team civile, il primo in Europa, composto da 5 Pitts Special S-2A: il Rothmans Aerobatic Team.

   Ma perché ricordare quest’evento? Due sono le circostanze che ci riconducono alle Alpi Eagles: la prima è la presenza di alcuni dei piloti PAN che, successivamente, entreranno a tutti gli effetti nelle fila della prima pattuglia acrobatica civile italiana; la seconda è l’esibizione dei Rothmans.

   Vincenzo Soddu, con Angelo Boscolo e Nunzio Ruggiero, osservando il volo dei Pitts condivisero la volontà di riproporre in chiave sportiva la disciplina acrobatica militare in Italia. Così Vincenzo ricorda come nacque l’idea: << Io, Angelo e Nunzio osservammo l’esibizione di questi piccoli aeroplani ad elica, veloci, prestanti…e col solista che si presentava al pubblico con una sciarpa bianca svolazzante fuori dall’abitacolo. Il Team era davvero ben organizzato: possedevano pure un velivolo da trasporto per i loro spostamenti. Sarebbe stato bello portare in Italia quest’iniziativa, ma era difficile approntare il tutto senza il sostegno di uno o più finanziatori >>.

   La grande volontà di esprimere la loro passione per il volo, in un’altra esperienza da piloti dopo la carriera militare, fu il motore della futura Alpi Eagles. D’altronde la loro era un’espressione unica nel suo genere, dettata anche dal carisma che contraddistingueva alcuni di questi piloti che indossavano la divisa azzurra. Parte di questa “ventilata” rivoluzionaria in termini di novità e modernità la si stava vivendo anche all’interno delle Frecce Tricolori, dove si era proposto un “blazer” di firma al posto della tradizionale divisa, in aggiunta a gadget vari (maglietta, giubbetto e brochure rivisitata).

   << Noi tre, assieme a Graziano Carrer, ne discutemmo e portammo avanti l’intenzione di concretizzare la proposta. Ne parlai anche con Valentino Brazzale, imprenditore vicentino di Zanè e grande appassionato di aviazione, che ebbi modo di conoscere durante il periodo PAN…il quale apprezzò, sostenendoci.  

Il destino fu dalla nostra parte quando, nel 1977, le Frecce Tricolori furono ospiti al Motor Show di Bologna per essere premiate col Casco d’oro assieme all’allora pilota automobilistico Mario Andretti.

  Nell’occasione incontrammo il responsabile sud Europa della Philip Morris, Marchese Nicolò di San Germano, un nobile gentilissimo al quale illustrammo l’idea. Fu entusiasta e ci promise che lo avrebbe fatto presente alla sede centrale a Londra >>.

   Non trascorse troppo tempo dall’incontro che ricevettero un invito presso Villa d’Este, durante il GP di Monza di Formula 1. Il Marchese doveva comunicare l’esito della proposta avanzata.

   << Da Londra giunse l’intenzione di formare un Team acrobatico misto, inglesi-italiani, ma la cosa non ci piacque!>>. Il disappunto era netto e ben noto, dettato non dalla sana rivalità che contraddistingueva le squadre acrobatiche in quegli anni, ma dagli stili di volo, dal modo nel quale si interpretava lo status di acrobazia.

   Sconfortato, Vincenzo riferì il tutto a Valentino Brazzale. Proprio in quel periodo l’azienda di Zanè stava lanciando un nuovo Brand nel settore lattiero-caseario. Era la giusta occasione per dare vita al Team. << Valentino, una volta ascoltate le mie perplessità, mi informò dei futuri sviluppi aziendali. Stavano lanciando il marchio Alpilatte, che identificava la gamma di prodotti latte, panna e yogurt confezionati con tecnologia UHT. Valentino voleva dare slancio ad Alpilatte, una nuova forma di pubblicità di impatto. Mi informò che ci avrebbe comprato lui gli aeroplani (4 Pitts Special S-2A) e che, finalmente, la nostra idea si sarebbe concretizzata!>>.

   Nascevano così le Alpi Eagles, le “aquile delle Alpi”, in onore dei maestosi rapaci che spadroneggiano nelle alte vette alpine, ma anche in onore dell’origine del Team: la Alpilatte e i loro finanziatori, fortemente legata al territorio montano dal quale ne ottengono la materia prima.

   Vincenzo, Angelo, Nunzio e Graziano avevano chiaro ciò che presto sarebbe divenuto realtà, ma la faccenda non fu così semplice. In primis, erano ancora piloti militari e a tutti gli effetti in servizio presso il 313° Gruppo. In seconda analisi, la certificazione del velivolo.

   Decisero, quindi, di stabilire la base del Team presso l’aeroporto di Trieste “Ronchi dei Legionari”, luogo accessibile ai futuri componenti della pattuglia che ne diverranno. Futuri è prioprio il caso di precisare, perché, all’atto sulla carta della neo-costituita pattuglia, i piloti militavano ancora a Rivolto con la divisa da Pony. Si decise che sarebbero usciti gradualmente dalle Frecce Tricolori per transitare alle aerovie civili, così da ritrovarsi appena possibile per gli allenamenti.

   << Io fui il primo a congedarmi dopo 4 anni di PAN divenendo pilota di linea presso la compagnia Alisarda. Successivamente seguirono Nunzio come pilota privato, Angelo in Alitalia >>.

   Per Graziano purtroppo non vi fu la possibilità di vedere realizzato il progetto; perì nell’incidente accorso durante un volo di addestramento a Rivolto nel luglio 1978, lasciando un vuoto tra i colleghi di Gruppo.

   << Coinvolgemmo Sergio Valori come quarto pilota e vollero unirsi al progetto anche Giuseppe Liva, Pietro Purpura e Massimo Montanari >>.

   Come avevamo accennato, il Pitts non era certificato in Italia, quindi vi si poneva un problema di non poco conto. Al di là dei fatti, Vincenzo si recò in America assieme ad un ingegnere di Torino presso la ditta costruttrice del velivolo.

   << Al nostro arrivo presso la ditta, fui affidato al collaudatore del Pitts che mi portò in volo. Ne scesi veramente provato come non mai: frullini, rovesci, figure acrobatiche di tutti i tipi…un volo impegnativo e per miracolo non ci rimasi male fisicamente. Il mezzo era valido, aveva ricevuto molta fama in suolo americano nell’ambito acrobatico….ne acquistammo 4 >>.

    Con i velivoli ormai prenotati, bisognava capire come muoversi nella contorta burocrazia nazionale: capire quale tipo di licenza fare, come certificare il Pitts e su quale normativa volare; tutte questioni risolte in tempi da record.

   << La certificazione, anche se drammatica, fu risolta con alcune accortezze, una delle quali la copertura mediante cuffia in pelle della connessione comandi alla cloche. Per la licenza, invece, il direttore del rilascio licenze in ENAC, Dott. Stanislao Ritacco, ci prese in simpatia e si “inventò” la licenza di volo aereo pubblicitario. Così facendo potemmo avviare la nostra “attività” di pattuglia acrobatica apponendo ai velivoli gli sponsor che ci sostenevano e che noi diffondevamo durante le manifestazioni. Venne risolto anche il problema relativo ai NOTAMS per le manifestazioni, con l’aiuto sempre di Ritacco >> .

   Conclusa la parte burocratica, il Team poteva finalmente accendere i motori. I velivoli, giunti in Italia, erano ricoverati in un hangar dell’aeroporto triestino, ma i piloti non erano abilitati sul mezzo.

   << Ancora una volta il fattore destino giocò il suo ruolo. Durante le svariate carte che dovemmo compilare, venni a conoscenza che in Italia esisteva un Pitts sperimentale. Assieme al proprietario, Cpt. Marchisio di Eurofly, riuscimmo a superare la certificazione e ci diede una mano con il passaggio macchina. Voli a doppio comando e finalmente eravamo abilitati sul Pitts >>.

   Iniziarono così gli allenamenti presso Ronchi dei Legionari per affinare la tecnica sul velivolo, provando figure acrobatiche in formazione.

   Proprio quando tutto si stava svolgendo con regolarità e in vista della prima stagione da protagonisti, un evento ebbe un forte impatto emotivo nel Team.

   << Ero in auto con Nunzio in uno dei solito viaggi verso Ronchi. All’uscita dell’autostrada Nunzio mi disse: “Vedi quei grandi tralicci dell’alta tensione? Pensa se uno di noi finisce lì dentro…Ne verrebbe fuori a triangolo!”. Quasi un presagio, un pensiero scaramantico di Nunzio.

   Un giorno, durante un volo addestrativo, Nunzio vide un plotone di Fanteria che stava controllando alcune postazioni. Non ci pensò un attimo e cominciò ad “inseguirli” col Pitts: bassi passaggi, picchiate…il plotone si sparpagliò per la campagna per paura di chissà cosa. Una scena da film, ma allo stesso tempo goliardica…com’era nello spirito di Nunzio. Purtroppo, nell’ipotesi di un basso tonneau, si pensa che l’aereo abbia toccato un palo di cemento di un vigneto. Fu un incidente fatale, dal quale perdemmo un caro amico, per me un fratello >>.

   Un dramma inaspettato che segnò una grave perdita; forse Nunzio venne "tradito", in una frazione di secondo, da quell'aereo nuovo che stava imparando a conoscere al massimo delle prestazioni. Il grande momento di sconforto, indubbiamente, portò a riflettere su un’eventuale stop tecnico, che avrebbe cancellato il battesimo della pattuglia. Tra perplessità e l’indecisione di mollare tutto, alla fine si scelse di proseguire…lo si doveva fare per onorare la memoria di Nunzio.  

La stagione 1981 ebbe inizio con i Pitts ridotti a 3 unità, la nuova livrea verde-bianco-blu e gli sponsor Alpilatte, Nordica, Ski Boots, Sete, OMP, Il Giorno e Sport Comunicazione.

   << Importante fu la presenza del Marchese Nicolò di San Germano che da quel momento e per dieci anni ci è stato vicino, ma anche del Dott. Fabrizio Servente (all’epoca direttore della Zegna, poi divenuto uno dei managers più importanti della Benetton) quale redattore del progetto marketing >>.

   La formazione, composta da Vincenzo, Angelo, Sergio e Pietro, si esibì in manifestazioni aeree tra il 1981 e 1983 , con qualche presenza oltre confine come a Sion in Svizzera, ma senza mai raggiungere il numero di presenze ottenute con il velivolo SF-260 dal 1983.

   Anche il programma acrobatico non comprendeva le innumerevoli figure dell’esibizione come quella a fine carriera: il tutto era racchiuso in passaggi, looping, tonneau in formazione, oltre a qualche evoluzione da solisti.

   << Non nacque un vero e proprio show con i Pitts >>, conclude Vincenzo, << Il tutto era presentato in modo “semplice”, non complesso come il programma acrobatico che da lì a qualche anno ci avrebbe traghettati verso la nastra ennesima “meravigliosa avventura”! >>.

    

Testo: Christian Vaccari 

Photo by  Sergio Valori, Libro “La Meravigliosa Avventura”- Renato Rocchi

Alpi Eagles: 30 anni dopo

 Descrivere la storia della pattuglia acrobatica civile Alpi Eagles significa raccontare uno dei periodi più incredibili dell’Aviazione Civile in Italia, un’epoca in cui gli eventi aviatori si susseguivano senza soluzione di continuità per tutta la stagione estiva, in location tradizionali come aeroporti ed aviosuperfici, ma anche in luoghi assolutamente improbabili come eventi sportivi o manifestazioni popolari di paese.

   Fu un periodo in cui l’acrobazia aerea, fino ad allora ad esclusivo appannaggio del mondo militare e degli Aeroclub, assunse un carattere “popolare” nel vero significato del termine, proprio grazie all’intraprendenza e all’anticonformismo che erano profondamente radicati nel DNA di questo Team.

   Erano anni in cui bastava che Renato Rocchi (indiscusso speaker alle Frecce Tricolori prima e con le Alpi Eagles dopo) sollevasse la cornetta azzurra del telefono d’ordinanza SIP e chiamasse uno dei mille amici che aveva conosciuto tra gli uomini in divisa azzurra durante la sua “meravigliosa avventura” per risolvere, con poche battute, questioni contorte come permessi, NOTAM, autorizzazioni o pianificazioni varie…azioni che oggi potrebbero sembrare improponibili, ma che al tempo erano il motore di ogni attività connessa al volo.  

Le Alpi Eagles hanno lasciato per quasi due decenni le loro scie di fumo nei cieli di tutta Italia e di gran parte dell’Europa (con una trionfale tournée che si è spinta fino al Nordamerica), ma i cinque Siai Marchetti SF-260C, con il rombo dei loro potenti motori a pistoni Lycoming, hanno lasciato tracce ben più durature nei cuori e nella memoria di tantissimi appassionati.

   Si è trattato di un mix irripetibile di fattori: il particolare momento sociale ed economico, il carisma e la passione dei grandi piloti che ne hanno fatto parte, sottolineati dalla storia comune che condividevano tutti e che li aveva portati a volare con la formazione acrobatica più numerosa al mondo (le mitiche Frecce Tricolori, grandissima scuola dell’acrobazia collettiva), l’onda di entusiasmo e di positività che pervadeva l’Italia negli anni ‘80, la voglia di uscire e di divertirsi, di stare insieme per condividere passioni ed emozioni...un perfetto “cocktail” che attraverserà l’intero ventennio 1980-1990 e che accompagnerà costantemente il volo dei cinque velivoli bianchi.

   Oggi, a distanza di 30 anni dallo scioglimento della formazione, contraccambieremo la gioia e la fantasia di volare, espresse durante la loro attività, con la medesima popolarità che ne ha alimentato le indimenticabili stagioni acrobatiche. Ciò lo faremo ripercorrendo l’epopea Alpi Eagles, ma non semplicemente riproponendo la storia ufficiale che è, probabilmente, già tutta scritta nei numerosi articoli pubblicati da tutte le maggiori riviste aeronautiche, bensì raccontando fatti e aneddoti che fino ad ora la maggior parte delle persone non ne era a conoscenza.

   Sarà l’occasione per riassaporare quel magnifico periodo, ascoltando le testimonianze dei protagonisti diretti di quell’avventura: i piloti. Ma non saranno gli unici ad alimentare la storia del backstage, delle guasconate, degli imprevisti mai dichiarati…ci sarà la voce degli appassionati, coloro che hanno seguito la pattuglia ovunque e comunque, testimoni non in volo ma a terra, che hanno saputo raccogliere il frutto di cotanta dedizione e professionalità.

   La serie di pubblicazioni che seguiranno mensilmente questa prefazione analizzeranno l’altra faccia del volo acrobatico collettivo, quella umana…quella fatta di tute intrise di sudore, di pacche sulle spalle, di adrenalina che scorre a fiumi, di scherzi e battute, di goliardia, ma anche di amicizia, stima e fiducia reciproca, ingredienti senza i quali non esiste acrobazia in formazione.  

Dopo questa breve introduzione a ciò che andrete a leggere, diamo un’anticipazione riguardante la patch storica delle Alpi Eagles.

   Come risulta evidente dall’immagine soprastante, realizzata da Giuliano Basso, due sono gli emblemi che hanno rappresentato il Team: il primo (con aquila rossa stilizzata), identificativo dal 1981 al 1983, ideato da un grafico di una nota azienda vicentina (della quale ne racconteremo il motivo della citazione) e che ne ha rappresentato la nascita e l’attività su velivolo Pitts Special 2A per un brevissimo periodo; il secondo, il più conosciuto, dal 1983 al 1990 e realizzato dal grande Bruno Garbuoi, in arte Brugar…noto appassionato e disegnatore che riprodusse le caricature di comandanti e velivoli delle Frecce Tricolori.

   In entrambi i loghi è presente l’aquila al centro; ciò è dettato dal nominativo scelto dal gruppo, ovvero le “aquile delle Alpi”, in omaggio agli aggressivi e padroneggianti volatili che dominano le alte vette delle più famose montagne italiane. Nella seconda patch l’aquila risulta più dettagliata, con il piumaggio dell’ala che richiama il profilo alare dell’aeroplano, quest’ultimo anch’esso rappresentato sopra il rapace.

   Le cinque stelle in entrambe le rappresentazioni richiamano il numero di velivoli che, gradualmente, ne hanno costituito la pattuglia. Come anticipato dal Comandante Soddu: << La nostra idea era quella di formare un Team di 4 elementi più solista, soluzione che si è concretizzata dalla seconda metà degli anni ’80 >>. Piace anche pensare che l’unica stella su sfondo azzurro sia dedicata ad un amico-collega fraterno al Comandante, che alle Alpi Eagles ne ha sancito assieme la nascita.

   Per finire il tricolore, concentrico, che racchiude l’essenza rappresentata dalla patch più famosa. E’ l’appartenenza ad una tradizione aviatoria italiana che grazie ai piloti si è plasmata in ambito civile, diffondendola e coltivandola in ogni loro apparizione.

   Concludiamo questo primo accenno alle Alpi Eagles con un sincero grazie a Giuliano che, recuperando i pochi reperti rintracciabili nel Web, ne ha estrapolato, disegnando in vettoriale, le patch e composto l’immagine pubblicata. Un “restauro conservativo”, come ha voluto precisare… l’ennesima dimostrazione di affetto da parte di un appassionato…la stessa che noi tutti sostenitori nostalgici vogliamo contraccambiare alle nostre aquile. 

 

Christian Vaccari, Giuliano Basso

 

Image by Giuliano Basso, Gelmino Veronese e Luigi Ceranto

Alpi Eagles, torniamo a parlarne

Avevamo già trattato l’argomento Alpi Eagles ripercorrendo la storia della prima pattuglia acrobatica civile italiana. Per quasi un ventennio le “aquile” hanno solcato i cieli italiani ed europei, trasmettendo ad appassionati e professionisti tecnica di pilotaggio, fantasia e gioia di volare.

   E’ stata anche l’occasione di combinare due eccellenze made in Italy: la tradizione aeronautica ed il Siai Marchetti SF-260C, un mezzo che ha saputo regalare tante soddisfazioni ai piloti, pura espressione di affidabilità e prestazione. Un velivolo ad elica che ha interpretato al meglio un repertorio acrobatico ad esclusivo appannaggio degli aviogetti, data l’esperienza maturata nelle Frecce Tricolori dei componenti.  

Preannunciandovi che di Alpi Eagles se ne parlerà anche in altri prossimi articoli, “scaldiamo i motori” e proviamo ad immaginare di poterci sedere a fianco di uno di questi professionisti dell’aria e farci condurre in un repertorio acrobatico degno di nota. Per l’occasione non voleremo su un SF-260 bianco, ma con altra livrea; si tratta di un’esperienza personale vissuta molti anni dopo l’epopea Alpi Eagles, ma che presenta un legame intrinseco: con le Alpi Eagles venne riproposta in chiave sportiva la disciplina del volo in formazione militare, tradizione tramandata in altre pattuglie…aventi la medesima origine. Stiamo parlando delle Breitling Eagles, The Red Bulls, Breitling Devils. Tutte hanno in comune la militanza dei piloti nelle Frecce Tricolori, tutti con un bagaglio professionale simile; il proseguimento di un’altrettanta “meravigliosa avventura”, in anni diversi, con altri protagonisti, ma non meno spettacolare.

   Con il ritorno nel 2008 dell’SF-260D come mezzo della più blasonata pattuglia acrobatica civile, il ricordo non poteva non andare agli anni ’80 quando nei cieli si esibivano le “Aquile delle Alpi”. 

   Cerchiamo quindi di provare l’ebrezza di un volo acrobatico in formazione con l’SF-260, macchina che ancora oggi è per stile e caratteristiche tanto apprezzata da molti piloti.  

Un volo inaspettato

   Un Sabato mattina di 10 anni fa andai all’aeroporto Arturo Ferrarin di Thiene per incontrare i Breitling Devils. Ormai era da qualche anno che li seguivo e il tempo libero a disposizione mi permetteva di presenziare agli allenamenti. Una giornata di primavera limpida e soleggiata, con tutti i presupposti per ore trascorse in compagnia.

   La pista di Thiene è stata per anni la “culla” del più famoso Team acrobatico che l’ambiente aeronautico civile abbia mai conosciuto; da questo piccolo aeroporto del vicentino decollavano i Siai Marchetti delle Alpi Eagles, una straordinaria realtà che seppe coltivare l’ammirazione di tanti sostenitori. Dopo un lungo stop forzato, altri velivoli solcarono l’onda dell’avventura acrobatica, ma ci vollero 18 anni per rivedere una formazione composta da Siai e udire l’inconfondibile rombo del motore Lycoming.

   In programma quel giorno vi erano ben due sortite di allenamento: la prima con la formazione al completo (3 velivoli) e la seconda con un elemento in meno.

   La mattinata trascorse tranquillamente, con i piloti impegnati nel briefing e gli specialisti a preparare gli SF-260D per l’attività quotidiana. Fra una chiacchiera e l’altra con altri appassionati, giunti a Thiene per lo stesso motivo, la pattuglia svolse la missione addestrativa e fece rientro alla base.  

Al ristorante dell’aeroporto ci riunimmo, in vista della sessione pomeridiana. Eravamo seduti allo stesso tavolo, scambiandoci ricordi e opinioni di questo mondo aeronautico in continua evoluzione. Ero contento di conoscere da vicino questa realtà: ho avuto la fortuna di parlarne con professionisti di alto livello, piloti che hanno solcato i cieli di tutto il mondo in servizio alla nostra Aeronautica Militare Italiana e con le Frecce Tricolori.

   Tornando all’hangar cominciammo a discutere sul prossimo volo, quando il Comandante Fiore esclamò: <<C’è qualcuno che ci vuole far compagnia…Christian sali con me?>>. In quell’istante non ebbi la risposta pronta, al contrario di quanto avrei auspicato, ma non stetti nella pelle e risposi <<Con piacere!>>

   Come da prassi ci dirigemmo verso la saletta briefing allestita dentro l’hangar, ci sedemmo e il capo-formazione iniziò a delucidare tempi, modi e azioni del volo che da lì a poco sarebbe iniziato. Mi sembrava di rivivere un film, quei video visti e rivisti nelle vhs prima e in rete dopo delle Frecce Tricolori.  

A conclusione, uscimmo e venni indirizzato da Stefano, uno degli specialisti. Mi fece vedere e mi aiutò ad indossare il paracadute, fondamentale in ogni situazione di pericolo ed attesi il consenso del Comandante Fiore per salire a bordo. Il sedile sinistro per l’occasione fu fatto arretrate, in modo da non creare impedimento nei movimenti di pedaliera e cloche al pilota; mi sentivo come in poltronissima e avevo una buona visuale dell’operato a bordo del 260.

   I Lycoming iniziarono a rombare: il favoloso motore a pistoni stava facendo leggermente vibrare il pannello strumenti dentro il cockpit e la sua esuberanza si faceva sentire anche nel basso fondo del sedile. Iniziarono i controlli ai velivoli e con il consenso della torre di controllo al rullaggio ci trasferimmo verso la testata pista, in attesa dell’autorizzazione al decollo.

   Durante quell’attesa Pier Luigi mi informò delle procedure di emergenza, azioni da seguire alla lettera per uscirne con esito positivo. Furono nozioni importanti da recepire con cognizione di causa: se ci fossimo trovati ad affrontare una situazione del genere mi sarei attenuto alle direttive del Comandante. Su due piedi non mi immaginavo così audace nel compiere un salto nel vuoto, aggrappandomi alla salvezza del paracadute, ma se il contesto me lo avrebbe imposto…era l’unica chance.  

Superati i malauguranti pensieri, i due Siai si allinearono in pista, pronti ad affrontare l’avventura acrobatica. Motore…e via! Decollammo sfalsati, prima il numero 1 e poi il 2, e ci ricongiungemmo in formazione allargata durante la quota di crociera. Pier Luigi mi chiese di scrutare a 360° il cielo circostante per evitare spiacevoli incontri ravvicinati con altri aeromobili in transito; inoltre mi disse che per qualsiasi evenienza avrei potuto battergli la gamba sinistra, segno per aprirmi il microfono ed ascoltare ciò che avevo da comunicargli.

   Dopo le opportune chiamate radio con gli operatori radar a terra, il volo da Thiene a Montagnana fu breve e prossimi al cielo campo di attività la coppia dei 260 si fece serrata. Il Gregario destro si mise in posizione: lo vidi avvicinarsi come attirato da un campo magnetico e bloccarsi a distanza prestabilita. Era incollato sotto la nostra ala, in un continuo correggere la traiettoria per mantenere il riferimento visivo di formazione.

   Tutto era pronto. Pier Luigi mi disse: << Hai individuato la pista?>>, ed io risposi <<No, non riesco a distinguerla con tutti questi campi coltivati!>>. Poi ad un tratto le sagome degli hangars emersero dal pianeggiante terreno e il comando per la schneider d’ingresso venne trasmesso via radio.  

Sorvolammo la Club House dell’Avio Club in virata 180°, con una quota che a bordo del velivolo mi rendeva l’idea di quanto eravamo bassi, ma sempre dentro i parametri del programma acrobatico. Al termine seguì una sfogata per riportarci in direzione display line. Era il momento della verità: come mi sarei comportato e come il mio fisico avrebbe reagito alle sollecitazioni delle manovre? Non ebbi il tempo per rispondermi che la fase ascensionale del Looping ebbe inizio. 1…2…3…forse 4 G…la testa era china rispetto al corpo, come se impalata ad osservare la direzione dell’orizzonte che si era persa con la repentina cabrata. Braccia, mani, gambe, piedi, tutto era più pesante…neppure il tentativo di spostare la presa sul sedile con le mani andò a buon esito. Con la fase discendente tornai ad una condizione di riposo, uscendo da questo turbinio di sensazioni.  

Emozioni contrastanti: l’adrenalina per un qualcosa di nuovo che andavo a scoprire con l’angoscia di non esser in grado di resistere ai 20 minuti di volo in queste condizioni. Ma il programma era solo all’inizio e mi resi conto che se mi fossi concentrato, anticipando le manovre, avrei sicuramente condotto un volo più disteso e meno ansioso. E così, contraendo i muscoli addominali e con un adeguato respiro assecondavo i G a cui il mio fisico era sottoposto e potei gustarmi un volo unico nel suo genere.

   Il cielo e la terra continuavano a scambiarsi di posto, era come starsene seduti ad ammirare un continuo evoluire del panorama esterno al cockpit. Eppure stavamo compiendo evoluzioni acrobatiche, scoprendo nuove percezioni che da terra non ero stato in grado di quantificarle prima d’ora. La sequenza delle manovre erano da me conosciute: quante volte li ho visti esibirsi alle manifestazioni o agli allenamenti, quante volte ho riguardato e paragonato questa o quella figura con il repertorio della PAN.

   Cardioide, tonneau a botte, schneider, apocalisse, bomba, papillon…il programma fu scandito con una tempistica tipica della disciplina militare, un susseguirsi “ritmato” preciso e razionale, dove nulla è lasciato al caso.

   Lo sguardo seguiva un binario immaginario che la coppia di 260 avrebbe percorso, distraendomi in qualche occasione per ammirare le spettacolari immagini che attraverso il vetro del cupolino si creavano. Pier Luigi era concentrato: aveva la responsabilità di condurre da un punto all’altro la formazione, con quota, velocità ed energia cinetica adeguate allo svolgimento di un repertorio prestabilito che si ripeteva ogni volta, in sicurezza.  

Al passaggio finale, con flaps estesi e carrelli aperti, Maurizio da gregario chiese di portarsi in posizione leader. La formazione si allargò e ci appiccicammo alla sua ala destra. La tip-tank era lì ad un paio di metri dal nostro abitacolo: <<Impressionante!>>. Se nel primo tempo la prospettiva era quella di far da guida, nel secondo potevo capire com’era fare il lavoro da gregario. Pier Luigi continuava a correggere la posizione con movimenti in sincrono di manetta motore e cloche, con una naturalità che mi lasciò sbalordito. Vedevo il 260 di Maurizio che a volte sobbalzava, ma i due velivoli erano in sintonia, quasi legati da un sottile elastico che li teneva legati l’uno all’altro.

   Sfogate, sfogate e sfogate…quanto erano toste! Poi vennero provati looping e tonneau a botte. Vederli effettuare dal punto di vista di chi “insegue” è veramente straordinario: sembra proprio di essere su uno dei 339 blu a strisce tricolori. I motori a reazione sono stati sostituiti da quelli ad elica, le divise dei piloti sobrie e di colore meno sgargiante, ma il ritmo e le geometrie disegnate in cielo sono le stesse che affascinano migliaia di spettatori in tutto il mondo.  

La sessione training era ormai al termine e con un ultimo sorvolo all’Avio Club salutammo l’area di attività per far rientro all’Aeroporto di Thiene. Durante il ritorno mi sembrava che quei trenta minuti fossero trascorsi troppo in fretta; eppure quel modo di volare fu talmente entusiasmante e speciale che ogni istante fu un mix di emozioni, immagini e suoni...istanti ricchi di significato dunque che ebbero un impatto dominante nel lasso di tempo trascorso per aria.

   Autorizzati all’atterraggio, la formazione aprì in fila indiana per portarsi all’avvicinamento. Una volta a terra i velivoli vennero indirizzati alla zona rifornimento per riempire i serbatoi dei 260. Con ancora le cinghie addosso, strinsi la mano a Pier Luigi complimentandomi e ringraziandolo per l’indimenticabile opportunità.

   Con i velivoli riposizionati all’interno dell’hangar, ci dirigemmo verso il bar per i saluti. La giornata era stata proficua per il Team in quanto aveva consentito ai componenti di mantenere un adeguato livello di confidenza col mezzo e col programma da svolgere, in vista dell’imminente stagione acrobatica.

 Un connubio di professionalità e tecnica che è discendente diretta di un‘altra “meravigliosa avventura”, che negli anni passati ha reso la “piccola PAN” un fiore all’occhiello tutto italiano.    

 

Testo: Christian Vaccari

Foto: Silvano Cazzara, Luca Orsini, Christian Vaccari, Flight Video & Photo - Ruggero Piccoli, The Aviation

Sognando il volo!

L’emergenza Covid-19 ha condizionato la quotidianità di tutti, costringendoci a trascorrere più tempo presso le proprie abitazioni come non mai. 

E’ stata sicuramente l’occasione per rispolverare i piaceri della vita che spesso, causa poco tempo a disposizione dopo lavoro o doveri casalinghi, non riusciamo pienamente a soddisfare. Basti pensare agli hobby da tavolo, la letteratura, film e documentari, fai da te e tanto altro che non sia strettamente legato all’uscir di casa (salvo eccezioni, sport che potevano essere svolti all’interno delle mura domestiche).

Per gli appassionati del mondo dell’aviazione, anche se con forti limitazioni alle uscite presso musei, aeroporti, avioclub ed eventi vari, è stato il momento per rispolverare qualche ricordo del passato. 

Quante fotografie scattate di qua e di là fra raduni, airshow o visite di rito erano ancora in attesa di essere ordinate o semplicemente riguardate? Quanti libri o riviste erano rimasti accantonati sullo scaffale con la promessa di leggerli alla prima occasione? Ebbene, in questo ultimo periodo di tempo ce n’è stato…forse anche troppo. Abbiamo saputo cogliere la palla al balzo e regalarci quel tempo che prima ci sfuggiva di mano. Abbiamo riassaporato momenti felici in un clima di insicurezza, e ciò ci è servito anche per guardare avanti con fiducia.

Fra tutto questo rivangare di anni di uscite aeronautiche, dedicando molte ore rispetto al solito, a qualcuno sarà pure capito di proseguire il piacere del volo anche nel sonno, magari all’interno del cockpit del proprio aereo preferito…o assistendolo da terra durante un low pass.

A me è capitato di risvegliarmi da un bel sogno, dove potevo assistere l’evoluire nel cielo delle nostre Frecce Tricolori. Ormai le conosco molto bene: non ho mai smesso di applaudirle in ogni loro rappresentanza. Poi, quando l’ultimo Pony era ormai atterrato, vedo in lontananza un P-51 Mustang: wow, un autentico warbirds, il suono inconfondibile del motore a pistoni e la sua potenza. Mi domando quanti giovani ragazzi durante il secondo conflitto mondiale lo abbiano pilotato, indossandolo come una seconda pelle…per poterla riportare a terra sani e salvi.  

Poi, dopo tanti altri partecipanti di questa manifestazione improvvisata, si presentano 5 aerei bianchi che sin da lontano mi sembra di riconoscerli. Mi passano sopra la testa, in formazione stretta: puliti, eleganti, veloci…salgono per un looping, i loro motori scalpitano per far mantenere la posizione ai gregari…il leader sa il fatto suo. E’ incredibile, il rombo rimbomba in musica per le mie orecchie…ma questi non li ho mai visti dal vivo! Ma perché?

La sveglia suona, mi devo alzare. Con ancora in mente l’immagine di quei 5 che compiono in tonneau a botte, con velivoli ad elica, mi ricordo di una rivista regalatami tempo fa da un amico appassionato. Lo avevo pure ringraziato di cuore perché quel numero, uscito tanti anni fa, per me significava ripercorrere un’avventura che non avevo vissuto in prima persona. Eccola, con ancora il valore in Lire stampato in copertina. Ma sono le Alpi Eagles!

Certo, in questi anni le avevo conosciute grazie ai ricordi di molti amici tra una chiacchiera e l’altra, la visione di registrazioni video con le datate VHS (qualcosa lo si trova anche in rete) e la voglia di scoprire, leggendo, questo fantastico Team acrobatico.

10 anni fa assistevo alle evoluzioni di un'altra Pattuglia sui 260, ma erano di color grigio. Ebbi pure la fortuna di volarci con i Devils! Ma perché le Alpi Eagles?

Con loro si diede inizio ad una tradizione civile, quella del Team acrobatico di ex appartenenti alla PAN, che ottenne vari successi anche su velivoli e con livree diversi. Le Alpi Eagles sono dunque l’origine di tutto ciò, un qualcosa che in molti, all’epoca giovani, continuano a rimembrare ancora oggi.

Questo sogno mi ha fatto ricordare che posso rileggere un articolo di anni fa che mi risulta ancora attuale, perché testimonianza di valori e passione che difficilmente svaniscono dai cuori degli appassionati.

Quando terminerà questo brutto momento storico, ritorneremo alle vecchie abitudini, alle uscite in compagnia, alle scampagnate. Proprio come un evento naturale, assaporeremo la ciclicità delle cose: dopo la tempesta il ciel sereno.

E se per tornare alle nostre abitudini di un tempo, che avevamo lasciato indietro, fossero 5 velivoli bianchi a farcele ricordare? Se quelle stesse Alpi Eagles, racchiuse in un volo di gruppo che è collettivo, un “volare in coro”, si ripresentassero sopra le nostre teste deliziandoci con le stesse acrobazie di anni fa? Cosa sarebbe: un’illusione o una realtà?

Se non avessi sognato invano e fosse l’inizio di un’altra “meravigliosa avventura” … un sogno premonitore,

quale sarebbe la vostra reazione? Il vostro stupore? La vostra emozione?

 

Per The Aviation, testo e foto Christian Vaccari

Alpi Eagles: l’indimenticata pattuglia!

   Sono trascorsi 29 anni dall’ultima esibizione in pubblico della prima pattuglia acrobatica civile italiana: le Alpi Eagles. In questo grande frangente temporale la memoria di appassionati e fans non ha dimenticato le eccezionali imprese aviatorie di questo team: una dimostrazione di saper volare bene (“in coro”) tramandata da una scuola d’eccellenza: le Frecce Tricolori, su un aereo che in Aeronautica ha forgiato le ali a molti piloti militari.

   Ripercorriamo in queste poche righe gli anni d’oro della pattuglia, assieme alle testimonianze di alcuni appassionati che ne seguirono gli appuntamenti del tour estivo.  

Le Alpi Eagles (Aquile delle Alpi) iniziarono a operare presso l’aeroporto Arturo Ferrarin di Thiene (VI) dal 1981 con una formazione di 4 Pitts Special. Gli sponsor, essenziali al sostentamento del Team, furono Alpilatte e Nordica e venne impostata una livrea bianco, verde, azzurra agli aeroplani.

    Al debutto i piloti della formazione erano noti ai più del settore: Pietro Purpura, Vincenzo Soddu, Angelo Boscolo e Sergio Valori, tutti provenienti dall’Aeronautica Militare e con un curriculum d’eccellenza, avendo solcato cieli nazionali e non con i Fiat G-91 delle Frecce Tricolori. Un gruppo affiatato e collaudato che, già in partenza, avrebbe posto le giuste basi della neo costituita pattuglia.

     Il velivolo in dotazione, elogiato in America per le straordinarie doti acrobatiche, purtroppo rivelò limiti durante il volo in formazione e non solo. La ridotta apertura alare favoriva le manovre sull’asse longitudinale e meno in quello trasversale. L’abitacolo e la combinazione a doppia ala “biplano” non garantiva i giusti parametri di posizione e di visibilità. Il primo spiacevole segnale avvenne durante un looping quando Nunzio Ruggiero, collega in tante manifestazioni durante il periodo alla PAN, perse la vita provando in volo uno dei primi Pitts acquistati dal Team.  

Oltre le difficoltà morali e tecniche, le Alpi Eagles per due anni riuscirono a collaudare un programma ad hoc da esibire agli appassionati durante le manifestazioni, fino al 1983…anno della memorabile svolta.

   In occasione dei cinquant’anni dalla trasvolata atlantica di Italo Balbo, dall’Italia agli Stati Uniti (compiuta con l’utilizzo di idrovolanti Savoia-Marchetti S.55), la SIAI Marchetti (gruppo Agusta) organizzò una trasvolata commemorativa di nove SF-260. Il monomotore ad ala bassa e carrello retrattile della ditta varesina venne progettato dall’ Ing. Stelio Frati e inizialmente denominato F-250. Acquistati i diritti sul velivolo ne proseguì la produzione con opportuni accorgimenti e l’introduzione del motore Lycoming O 540 E4A5 da 260 cavalli. Da qui l’era del “piccolo Mustang”, così venne battezzato in America, un aereo per privati, adatto anche all’addestramento dei piloti di compagnie aeree e forze armate, e con eccellenti doti acrobatiche.  

I componenti delle Alpi Eagles si unirono all’impresa aviatoria ad altri colleghi e, sul campo di Vergiate, vennero effettuati per un mese svariati voli, prima con sorvoli in formazione e dopo con vere e proprie figure ed incroci mozzafiato. Lo stupore per le evoluzioni in cielo e il fascino delle linee del piccolo aereo ad elica posero la prima pietra per la ricostituita formazione acrobatica.

   La trasvolata fu un successo, promuovendo il gioiello di casa SIAI con varie esibizioni durante le innumerevoli tappe nella rotta. Alla gioia per la buona riuscita della rievocazione, la tragica scomparsa del pilota collaudatore SIAI Floro Finistauri, comandante della formazione dei nove SF-260 perito durante un’esibizione a trasvolata conclusa, in territorio statunitense.  

Al ritorno in patria, le Alpi Eagles vennero riequipaggiate con quattro SF-260C ed il programma acrobatico interamente rivisto e studiato a tavolino per adattarlo al nuovo mezzo. Riproporre in chiave sportiva la disciplina militare del volo collettivo fu un’impresa che al Team fruttò ammirazione e stima da parte di molti piloti professionisti, per un programma acrobatico tra i più difficili.

   L’immagine del Team venne curata e garantita da altrettanti sponsor: Retequattro, Merit, Agusta, Fidia Farmaceutici, Frezza, Volare, Chesterfield, Api, Brain, Sete, Agip, EBM ed altri ancora, che negli anni mutarono la livrea della pattuglia in colore e grafica. Un’alternanza di nomi non solo sulle carlinghe degli aerei, ma anche negli abitacoli. Ai primi componenti si unirono, avvicendandosi a volte nelle posizioni: Massimino Montanari, Jack Zanazzo, Beppe Liva, Vittorio Cumin e Gian Battista Molinaro, per tutti “Gibì” indiscusso solista nelle Frecce Tricolori e dal 1987 anche nelle Alpi Eagles.  

Nello stesso anno venne fondata la Ithifly, quale società finanziaria che assorbì il Team acrobatico costituendo una sezione executive. Ai velivoli del servizio aerotaxi venne posto il logo delle Alpi Eagles, volando con gli stessi piloti del Gruppo acrobatico e sfruttando l’indotto pubblicitario dal medesimo.

   In 20 minuti di spettacolo acrobatico la pattuglia riusciva a proporre al pubblico 18 spettacolari figure, manovre note quali looping, cardioide, tonneau a botte, bomba, crazy flight e altre più fantasiose ma non poco entusiasmanti: apocalisse, papillon, fiordaliso. Il tutto pensato secondo un punto di vista ottimale a terra, che obbligava i piloti a continue correzioni per mantenere la geometria durante l’esecuzione di manovra: la tecnica prospettica, affinata da anni di voli con le Frecce Tricolori.

   Accelerazioni che oscillavano dai 6 G positivi ai -1 negativi, con i motori che toccavano i 2700 giri e 29 pollici di mercurio di pressione di alimentazione, velocità prossime ai 200 nodi ed uno sviluppo verticale di 2000 piedi (nelle virate il raggio d’azione era di 500 metri).

   In quasi dieci anni di attività, le Alpi Eagles con i SIAI Marchetti SF-260C hanno collezionato 7500 ore di volo (500 ore con i Pitts Special), 900 manifestazioni aeree esibendosi per ben 1500 volte (comprese le prove), 11 paesi toccati in due continenti (Italia, Svizzera, Austria, Germania, Jugoslavia, Francia, Belgio, Gran Bretagna, Olanda, Stati Uniti, Canada), più di una manifestazione al giorno anche in Nazioni diverse e 20 milioni di spettatori hanno assistito col naso all’insù alle loro evoluzioni

   Ed è ancora viva fra appassionati e ammiratori la compagine acrobatica espressa a cavallo fra gli anni ’80 e ’90. Ricordi che si fanno più nitidi se correlati agli scatti fotografici di quelle manifestazioni.  

Grazie alla disponibilità di alcuni fans della pattuglia, possiamo assaporarne le manovre acrobatiche e le splendide linee geometriche del Team nel cielo azzurro sopra piste erbose, aeroporti o litorali. 

   Giangangelo ricorda l’esibizione sopra lo specchio d’acqua del Lago di Como: << Nonostante la grande passione, ho avuto pochissime occasioni per vedere la PAN dal vivo per cui quando le Alpi Eagles vennero a Como per me fu una grande occasione. I piloti, le manovre, le emozioni, tutto uguale... nemmeno mi accorsi che erano circa la metà e che non cavalcavano dei jet. Così vicini mentre evoluivano sul primo bacino del lago che pareva di toccarli, immensi! >>

 

   Luca, legato al mondo aeronautico per il papà pilota, ci racconta: << Non c'è molto da dire se non che a Massignano, con papà istruttore di volo, a quei tempi potevo fotografare con grande tranquillità e di conseguenza ogni scatto, nei limiti di sicurezza era una gioia. L'unica nota negativa era legata alla macchina fotografica che per le mie risorse era non granché. La soddisfazione di scattare in ogni posto era al massimo. Oggi con il digitale sarebbe fantastico. A quei tempi ne respiravo di manifestazioni...La possibilità di vederli senza restrizioni! Il resto scorreva rapido per immortalare quanti più scatti si potesse fare. >>

 

   Silvano, fedele alle Alpi Eagles, fa un tuffo nel passato: << Tanti ricordi sulle Alpi Eagles, seguite in vari aeroporti militari, civili o grandi prati con piste in erba, dove cercavano sempre di atterrare.

Per la manifestazione ci si preparava sempre settimane prima e ci si organizzava per il viaggio con amici o famigliari. La notte si dormiva poco per l’eccitazione e all’alba si partiva a volte con un grande zaino pieno di macchine fotografiche assieme a panini ed acqua, altre volte anche con frigorifero, vettovagliamento e ombrellone.

In piccoli campi per deltaplani arrivavano di sorpresa alle spalle del pubblico, ti sfioravano i cappelli e ti lasciavano quell’odore di combustione misto a olio in una nuvola di fumogeno.

Il programma simile a quello della nostra PAN, abbastanza basso specie dall’arrivo negli anni successivi del 5° 260 del grande GB.   

La “piccola PAN”, così come fu soprannominata, riuscì a garantire la presenza agli appuntamenti grazie alle cure dei loro specialisti, professionisti invidiati da diverse aziende aeronautiche per la messa a punto dei velivoli, sia per i voli di trasferimento sia per gli elevati stress di motore e cellula durante il repertorio acrobatico. Mai una noia, mai una cancellazione per motivi tecnici: il 260 si è dimostrato all’altezza delle aspettative, sfoggiando doti acrobatiche innate e portavoce della fantasia e della voglia di volare dei piloti.

   Quel 14 ottobre 1990, quando le Alpi Eagles solcarono il cielo per l’ultima volta davanti a 40000 persone, all’apice della loro fama, si concluse definitivamente una bellissima iniziativa fino a quel momento unica in Italia, e molti ammiratori stentarono a rassegnarsi.

   La grande magia del loro volo terminò quel giorno all’aeroporto di Thiene, abbracciati da tutti coloro che con il naso all’insù li seguirono ovunque e che, ancora oggi, ne ricordano le straordinarie qualità. 

 

Testo: Christian Vaccari 

Foto: Gianangelo Uboldi, Luca Orsini, Silvano Cazzara

Breitling Devils

<< Pronti per l’apertura……ora! >>

La voce del Leader scandisce ogni istante del programma acrobatico. I gregari mantengono le rispettive posizioni, seguendo un binario provato e riprovato durante gli allenamenti. I fumogeni bianchi tracciano le traiettorie della formazione, una forma artistica in evoluzione nell’azzurro del cielo.

Poche parole non bastano per ricordare i protagonisti in quest’articolo, nomi illustri dell’acrobazia aerea, se non fosse per il rombo dei motori a pistoni che riecheggiano nell’aria e non di velocissimi e prestanti jets a reazione.

Quante manifestazioni, quanti meetings…eppure il nome dell’Orus Team, conosciuto ai più come “Breitling Devils”, è rimasto nel collettivo di tanti appassionati e non solo. Una notorietà che ha origini lontane, sì perché questi “Diavoli” altro non furono che l’ultima evoluzione di quel fantastico Team che fra il 1981 ed il 1990 tenne con il naso all’insù moltissimi spettatori: le Alpi Eagles.

Alpi Eagles, poi Breitling Eagles e The Red Bulls , furono le pattuglie acrobatiche civili che si succedettero nel tempo e che tramandarono la tradizione dell’acrobazia aerea collettiva dal mondo militare a quello civile. Cambiarono i colori, gli sponsor, i piloti ed anche i mezzi, ma le emozioni suscitate furono le stesse di generazioni di appassionati tempo addietro.

Piloti di elevata professionalità, tutti ex Frecce Tricolori, legati dalla passione per il volo; una passione che è missione, sì perchè ogni gesto, ogni parola, ogni volta che le ruote staccavano da terra il modus operandi era un rituale consolidato dall’esperienza maturata. 

 

La formula proposta: disciplina militare e velivolo ad elica, fu vincente. Con il ritorno del Siai Marchetti SF-260, dopo una parentesi con i più acrobatici Sukhoi Su-29/31, fu possibile riproporre un programma all’altezza delle aspettative, fiduciosi delle prestazioni del mezzo utilizzato anche dalle scuole volo dell’Aeronautica Militare.

Un gruppo affiatato che ha saputo ad ogni Air Show regalare un volo unico e spettacolare. Presenti ad ogni appuntamento grazie all’eccellente lavoro degli specialisti: sotto le loro cure il “piccolo Mustang” (come fu soprannominato in America) si è sempre presentato efficiente per l’attività. Un Team composto da molti piloti, consentendo una rotazione degli stessi e la presenza ad ogni data programmata. 

Figure acrobatiche tipiche della PAN come looping, cardioide, tonneau a botte, schneider e bomba furono affiancate da altrettante scenografiche figure come apocalisse e papillon, facendo del Breitiling Devils la compagine d’eccellenza a livello nazionale e non solo.

Sono trascorsi un po’ di anni dall’ultima apparizione, un’avventura interrotta dalla negativa situazione economica e dalla decisione del famoso marchio elvetico di concludere la sponsorizzazione. Il rombo dei Lycoming in formazione rimarrà legata a quel Team, con le linee inconfondibili dei 260 che rompevano la silenziosa attesa per l’ingresso in display. Un’interruzione brusca e consapevole da parte di tutti, così come quel lontano 1990 quando i Siai solcarono i cieli dell’Arturo Ferrarin a Thiene per l’ultima volta.

Proprio quest’anno a Sion, in Svizzera, è andato in scena il Breitling Air Show, uno degli aventi più importanti del settore aeronautico. Una tre giorni ricca e suggestiva, dove la nostra PAN ha saputo interpretare al meglio il volo tricolore. Sarebbe stato bello rivedere la “piccola PAN” (se così possiamo definirla) fianco a fianco con la nuova generazione di piloti, occasione irripetibile per manifestare la bravura e la dedizione italiana in questo ambito.

Il nostro augurio, quindi, è di rivedere l’Orus Team fra i protagonisti delle annuali manifestazioni italiane ed europee, con lo stesso spirito ed impegno che l’hanno contraddistinto. 

Con questo saluto di congedo, consapevoli che le storie più belle non si dimenticano, ripensiamo allo speaker che annuncia l’imminente arrivo per il looping d’ingresso. Così, come in tante altre occasioni, non ci resta che immaginare il capo formazione comunicare agli altri componenti:

 

 

<<Motore…andiamo su!>>.

 

Testo e foto Christian Vaccari